La festa (racconto breve di Edmondo Bellanova)

Per mesi aveva sognato e aspettato quella mattina.

 Non attese la sveglia della mamma e, in un attimo, lavò il viso, nella poca acqua della bacinella bianca smaltata e, correndo, raggiunse la bottega.  Dovette  aspettare perché il maestro non era ancora arrivato e mai l’attesa fu più lunga. “Vai prima da don Ciccio e sbrigati a tornare per le altre consegne”. Parole sprecate! Con il vestito tutto nuovo, fresco di stiratura, portato come una reliquia del santo, attentissimo a non fargli toccare terra e scansando i soliti mascalzoni di strada, amici suoi, capaci di qualunque scherzo, in  un baleno raggiunse la casa del don che già al primo battito di nocche aprì la porta. “Vieni, vieni!” In quella casa sembrava che tutti aspettassero la sua venuta. Era ben accolto e il momento magico era sempre più vicino. Appoggiò l’abito sulla sedia di paglia e restò in attesa di quella mano che gli avrebbe dato la regalia tanto attesa e sognata. Non ebbe un attimo d’indugio,  professionalmente, ringraziò e ripose nella tasca il ricevuto.  Salutò e ,in un baleno, guadagnò l’angolo dietro la fontana e lì, con circospezione contò le monete.  Si!  Era valsa la pena, per tanti mesi lavorare d’ago e filo, riordinare, ramazzare, andare a prendere l’acqua e le sigarette al maestro!

 La banda era arrivata di  prima mattina con un camion stracarico di orchestrali assonnati e strumenti ammaccati. Appena il tempo di sistemare le poche cose personali sotto la cassarmonica, stendere per terra i materassi, trovare il posto per il fornello a petrolio e via per il paese suonando trionfali marcette per dare, a grandi e piccoli, la certezza  che la festa era proprio arrivata.

Le polverose strade brecciate in macadam si cominciavano a riempire di profumi speciali: soffritti, ragù, fritture,  polpette di carne, non più di solo pane! Poi, tutti in piazza, e don Ciccio con il suo vestito tutto nuovo spiegava agli amici, invidiosi, che la pezza l’aveva presa da Colin’ “lu santividdesё”, il miglior commerciante di tessuti con la “barracca” sempre affollata la domenica di mercato. Perfetta era stata la cucitura, anche se mest’ Roberto gli aveva preso e ripreso le misure e fatte le prove un’infinità di volte, diceva con un senso d’insofferenza.

 Alle 11,00 Piazza  Marconi era già piena di gente che cercava di guadagnare un posticino al fresco, sul lato della farmacia di donna Masietta, per ascoltare i primi “pezzi” della banda. Solo uomini, ma non donne perché la loro uscita era consentita solo per andare alla messa ed al loro attraversamento della Piazza, s’intrecciavano i più maliziosi sguardi, commenti, finte meraviglie, pesanti allusioni, sarcastici giudizi, sfuggenti occhiate d’intesa.

Contemporaneamente, le cantine avevano già iniziato il loro lavoro perché la “coppa” andava consumata prima di mezzogiorno e il vino… sempre, abbondantemente!

Finalmente il pranzo riunisce tutta la famiglia. Antonio e la sua famiglia emigrata in Svizzera possono finalmente conoscere il nipotino della sorella Riodd’; Peppe che lavora alla Fiat a Torino non perde l’occasione di dimostrare come si parla in italiano e Cosimo, rimasto al paese, sfortunato bracciante senza terra, finalmente vede una tavola con: l’acc’ e li cucumerё, stacchioddё con il sugo di carne e” casëricottë, pollo alla cacciatora, “purpiettё”, “braciole” e vino… tanto vino. Antonio, non più abituato a tanto bere, cerca di limitarne la quantità  mischiandolo con la gazzosa e bevendo con  la “sparacine”. Preoccupazione vana, perché, anche aggiungendo “lu ghiacc’, ci si ubriaca tutti e al momento della consumazione delle paste “d’amènëlё” e “li pisquettёlё”  con il rosolio giallo a tavola restano solo donne e bambini.

Dopo il necessario riposino pomeridiano, rimesso l’abito buono, si è già pronti per partecipare alla festa vera e propria. Tutti raggiungono la piazza, anche i contadini delle più lontane contrade, che non aspettano sera per comprare le noccioline e la” cupetё” dalle bancarelle dei francavillesi; da Anna Rosa del Bar degli Amici, prendono un gelato di limone, poi ascoltano il primo pezzo suonato dalla banda e presto, con la bicicletta e il portapacchi carico di moglie e figli, vanno via, di ritorno alla caseddё.

Il gelato!  Quante volte il ragazzino si era sentito promettere: “Po’, alla fest’, ti ccàttё nu gelatё”. Ora con i soldi della mamma, dei nonni e dello zio “svizzero”, tutto si poteva fare!  Comprare il gelato, i confetti (cannulin’), la cupet’, le meringhe, il panino (di pane bianco) con la mortadella.  Si poteva anche sprecare il denaro sparando al “bovalino” incollato all’asse di legno, (mentre era proprio inutile mirare alla bottiglietta). Senza dire che tre amici per giocarsi le lire a carte, a “batt’paret’”, “a dindlì” o “allu turniedd’” erano sempre pronti, lì, sotto l’edificio, a farti rischiare di passare il resto della festa, sino ai fuochi, con le tasche vuote e malinconicamente vedere gli amici più giudiziosi divertirsi alle giostrine.

La festa passa velocemente, i tavolini in piazza sono tutti occupati da interi gruppi famigliari e fortunato è chi si può permettere lo spumone, servito da galanti camerieri presi in prestito da paesi vicini per la festa. Gli anziani, tutti fermi e attenti, in piedi, ad ascoltare la Traviata, il Rigoletto, l’Aida. Tutti pronti a giudicare con ostentata competenza, le capacità del maestro, del flicorno, del flauto traverso. I più giovani non si stancano d’andare avanti e in dietro sulla piazza e nella “villa” con la segreta speranza di incontrare l’amato/a, scambiarsi un complice sguardo d’intesa e, ancora di più, toccarsi nella ricercata calca di passeggiatori.

E’ tardi, quando, senza alcun preavviso, la banda, sull’attenti, intona l’inno di Mameli. C’è l’ultimo applauso con il mazzo di fiori . Memmola spegne le luminarie e tutti, lentamente, s’incamminano verso il posto migliore per assistere allo spettacolo finale.

Tre ditte partecipano alla gara dei fuochi d’artificio in onore dell’Arcangelo San Michele, protettore del paese e dei sanmichelani. La commissione e Cicch’ la tragghi’ non hanno badato a spese e,dopo lo spavento pur previsto del primo colpo scuro, non ci sono occhi che non restino incollati al cielo e cuori che non siano presi da tanta effimera bellezza consumata in un momento, in un lampo, in un  botto!

Ora i più fortunati possono andare direttamente a mare, a Specchiolla; gli altri, i più, domani saranno attesi dal duro lavoro dei campi, dalla monotonia delle botteghe, da tufi e “caldarinё” da portare a spalla, da pranzi frugali a base di fave e fichi secchi, dalla dura vita di emigrante; tutti aspettando e sognando che arrivi presto la nuova festa patronale di San Michele Arcangelo.

Nota: riferimenti a fatti e persone , non sono casuali. 

                                               Sanmichelesalentino03settembre2010edmondobellanova

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