L’ALTRO NATALE (di Edmondo Bellanova)

La prima cosa da procurarsi era il muschio: si cervano le compatte e soffici piantine nelle zone umide e ombrose di tronchi e piante. Poi si recuperavano scatole di cartone, giornali vecchi e carta da imballaggio per creare le montagne e colline di Nazareth. Con la carta argentata, residuo dell’involucro di cioccolate, si creavano fiumi e laghi; mentre bastava un batuffolo di cotone per ricoprire di neve monti, boschi e viottoli; quando necessario, anche la farina (sottratta alla mamma che impastava pettole e purcedduzzë) imbiancava i nostri presepi. Un foglio di carta azzurra bastava a farci il cielo e di carta dorata erano le stelle che, appiccicate con colla di farina, brillavano di luce riflessa; non c’erano ancora le luci cinesi a serie infinita.

Anche “li cipuddazzë” (scilla marittima) con sparuti rametti di pino, facevano bella e duratura mostra di verde tra valli e monti.  Dalla scatola, per un anno intero custodita nel sottoscala o sopra l’armadio buono, si tiravano fuori i preziosissimi pastori e gli atri figuranti in creta che andavano a popolare lo scenario festoso. Solo alla vigilia il Bambinello trovava posto nella culla tra Giuseppe e Maria nella grotta riscaldata dal bue e l’asinello. Solo il presepe di Attilio ci stupiva con i suoi personaggi autonomi nei loro movimenti e l’incredibile cascata “d’acqua vera” che dal monte scendeva a valle sparendo nel laghetto affollato da paperette e pesciolini.

Stordito dallo sfavillare del maestoso albero troneggiante in piazza e dalle mille luci addobbanti vie, piazze e negozzi, musiche insistentemente diffuse a tutte le ore, in tutti gli angoli del paese; assalito dalla propaganda commerciale di qualunque genere; invaso da mille richieste d’aiuto da associazioni benefiche e non, ho voluto rintanarmi nel ricordo del Natale di una volta.

Mi sono ricordato degli anni nei quali “Natale” significava tornare a casa da emigrato all’estero o da militare in licenza. Al pranzo (a casa e non in ristorante!) partecipava tutta la famiglia e non c’erano prosecco o champagne, aragoste, frutti tropicali, gamberoni e astici. Il panettone (Motta-Alemagna) lo magiavano in pochi; Babbo Natale non era ancora sceso, con la sua renna magica, dalle fredde radure lapponiche e per avere un regalino si aspettava che dal camino scendesse la brutta e vecchia Befana. L’oro, l’incenso e la mirra lo portavano i Re Magi con i loro cammelli; ora li importiamo dalla Cina e Amazon ce li consegna “in giornata”.

Ci sentivamo più buoni anche solo ascoltando “Tu scendi dalle stelle..” e non c’era bisogno di una legge per non odiare il prossimo e della faccia truce di una  bambina svedese per salvare l’ambiente, non era necessario tinteggiare di rosso una panchina per avere rispetto di tutti.

Ma forse certe cose è bene non dirle a Natale. Auguri!

sanmichelesalentino14dicembre2019edmondobellanova

About the Author